martedì, 25 settembre 2007

Umanità alla deriva fa proprio e rilancia l'appello di Stefano Rodotà, Fiorello Cortiana, Carlo Formenti e Arturo Di Corinto contro alcuni emendamenti alla cosiddetta "lenzuolata" Bersani che, se approvati dal Parlamento, farebbero venire meno le norme a tutela della privacy dei lavoratori nelle aziende, segnando un gravissimo vulnus ai diritti fondamentali della persona in nome del profitto delle imprese. Tutto ciò in spregio all'articolo 41 della Costituzione Repubblicana, secondo cui l'iniziativa economica privata "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana." In questa direzione i segnali che già arrivano dalle iniziative legislative sulla Banca Dati del DNA non sono per niente buoni.
Di seguito il testo dell'appello, firmiamolo e facciamolo girare.

20 settembre 2007
E' in corso al Senato un nuovo tentativo di svuotare la legge sulla protezione dei dati personali, a danno dei cittadini e dei lavoratori e a favore delle imprese. La Commissione Industria sta esaminando gli emendamenti alla cosiddetta "lenzuolata Bersani". In seguito alle pressioni di forti organizzazioni imprenditoriali, alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti hanno proposto che tutte le imprese siano esonerate dal predisporre le misure minime di sicurezza a tutela dei dati personali.
Prima dell'estate la Camera aveva già introdotto questo esonero per le imprese con meno di 15 dipendenti. Ora si vorrebbe estendere la cosa a tutte le aziende, violando così la normativa comunitaria, che non consente di sottrarre intere categorie di titolari del trattamento dall'ambito applicativo della disciplina della sicurezza dei dati personali.
Secondo la nostra legge ciascun titolare del trattamento ha l'obbligo di adottare misure di sicurezza "idonee" a ridurre "al minimo" i rischi di distruzione o di perdita, anche accidentale dei dati o di accesso non autorizzato ai dati stessi, ed è esposto a responsabilità per risarcimento del danno ove non riesca a provare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il pregiudizio eventualmente verificatosi. Tutto ciò verrebbe ora cancellato per le imprese. Già era grave l'esclusione delle piccole imprese. L'estensione a tutte le aziende è addirittura paradossale, oltre che gravemente lesiva dei diritti dei cittadini. Basti pensare ai dati, anche sensibili, dei lavoratori dipendenti da queste imprese. Un esempio? Le notizie riguardanti la salute. E' un micidiale attacco ai diritti fondamentali. Ma se tale approccio si rivela come un indizio preoccupante di una deriva sociale che antepone i profitti ai diritti dei cittadini, può trasformarsi in un boomerang per le stesse aziende.
Infatti, se tale esonero può apparire nell'immediato come un "risparmio" per le aziende, avrà l'effetto di ingenerare perplessità e sfiducia nei lavoratori e nei clienti, che non si sentiranno più adeguatamente tutelati, sollecitando i consumatori a preferire quelle imprese che la privacy la considerano un valore da tutelare e un asset della propria attività. Tale esonero determinerà anche un freno alla spinta innovativa di quelle aziende che nella tutela e nel corretto trattamento dei dati personali hanno trovato uno stimolo per innovare procedure e professionalità e ampliare la propria offerta di servizi.
Ancora più grave è però che gli stessi emendamenti prevedono l'eliminazione delle tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni. Si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l'effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero che sono il sale di ogni democrazia. Per questo chiediamo al Parlamento di intervenire subito per impedire un attacco tanto micidiale alla libertà dei cittadini.

Stefano Rodotà, Fiorello Cortiana, Carlo Formenti, Arturo Di Corinto



Coloro che sono disposti a cedere una parte della loro libertà per un po' di sicurezza temporanea non meritano né libertà né sicurezza.
Benjamin Franklin 1759




venerdì, 29 giugno 2007

Alessandro Iacuelli - Le vie infinite dei rifiuti - Editore Lulu 2007.

Tutto ebbe inizio da questo post. Il blogger Alex321, dopo questo sfogo, dopo faticosi e lunghi mesi di indagini, studi, esplorazioni in loco, porta finalmente alla luce un libro d' inchiesta dai toni drammatici.
Prendendo le mosse dall'episodio di Mario Tamburrino, un ignaro conducente di automezzi che nel 1991 rimase gravemente intossicato dal carico di veleni industriali trasportati sul suo camion, l'autore ci conduce come novello Virgilio nell'abisso infernale dell'ecomafia campana e del piano regionale dei rifiuti, due facce della stessa sporca medaglia fatta di affari miliardari per camorristi e politici, di morte lenta di tumore per i cittadini e di devastazione per l'ambiente.
In base ad un accordo ben preciso tra camorra, politica ed imprenditoria, la Campania negli ultimi vent'anni è diventata la discarica nazionale dei rifiuti tossici prodotti dalle industrie del Nord, con lauti guadagni per i clan che gestiscono il trasporto e lo smaltimento illegale dei veleni, per gli imprenditori che abbattono notevolmente i costi rispetto allo smaltimento legale in sicurezza e per i politici che assicurano la copertura a tutta l'operazione. E' un affare da miliardi di euro all'anno, in costante crescita. I rifiuti tossici, sversati dalla camorra senza alcuno scrupolo nelle campagne, nelle cave, nelle discariche di rifiuti ordinari, finanche nelle fondazioni delle case in costruzione, finiscono per contaminare il terreno e le acque, con effetti devastanti sulla salute umana: la Campania settentrionale negli ultimi anni è balzata in testa alle classifiche dell'incidenza di tumori sulla popolazione residente.
Tutto ciò avviene, spiega l'autore, a causa di cartelli criminali potentissimi che controllano il territorio e godono in certe zone dell'omertà della gente, di politici collusi che ne coprono le attività, di controlli da parte delle forze dell'ordine assolutamente insufficienti, di leggi inadeguate a combattere i reati ambientali e, last but not least, della scarsa coscienza ecologica della popolazione, abituata da anni a convivere con i rifiuti nelle strade.
E qui entra in gioco l'altra faccia del problema: il piano regionale di smaltimento rifiuti solidi urbani e il Commissariato Straordinario per l'emergenza rifiuti. L'emergenza campana è infatti la copertura ideale per il traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, ed è strettamente connessa ad un piano rifiuti regionale sbagliato, come spiega l'autore, perchè basato su un ciclo di smaltimento che ha il suo perno in strutture obsolete ed inquinanti, gli inceneritori, alternativi - e non complementari, come invece vorrebbero farci credere - alla raccolta differenziata. Il Commissariato Straordinario dal canto suo, in virtù dei suoi poteri per l'appunto straordinari giustificati dall'emergenza, impone le sue scelte senza consultare le popolazioni interessate, esautorando le competenze degli enti locali, bypassando allegramente le verifiche d'impatto ambientali,  i provvedimenti della magistratura, le gare d'appalto, fino a creare una frattura nella stessa democrazia in Campania. Molti impianti, realizzati con danaro pubblico dal Consorzio FIBE a cui il Commissariato ha appaltato la gestione dell'intero ciclo integrato regionale dei rifiuti, sono infatti risultati fuori norma, obsoleti, di scarso valore tecnico, e la recentissima cronaca giudiziaria sta finalmente facendo luce su questa brutta storia, confermando quanto l'autore afferma nel suo libro.
Quali le soluzioni suggerite dal nostro blogger? Anzitutto, abolire il Commissariato Straordinario e ripristinare la democrazia col coinvolgimento delle popolazioni locali nelle scelte. Nel merito, modificare radicalmente il piano regionale dei rifiuti, puntando su raccolta differenziata, riciclaggio, riuso, minore produzione di rifiuti alla fonte e una diversa cultura ecologica e sociale che ci porti a combattere il consumismo e a respingere la pratica dell'usa e getta. Un piano rifiuti trasparente e ben organizzato servirebbe anche a tagliare le gambe ai criminali traffici di rifiuti tossici. Utopia? Forse. E' il caso però di lavorarci seriamente, e in tempi veloci, perchè intanto la Campania brucia, le strade sono invase da montagne di spazzatura e la gente muore di cancro.
Una curiosità: l'editore del libro, Lulu, è straniero, perchè tutti gli editori italiani contattati dall'autore hanno rifiutato la pubblicazione. Il testo, allo stato attuale, è quindi reperibile solo online.
Da parte nostra, un grande ringraziamento all'autore per aver scritto il libro, per tutto quello che ha fatto e sta facendo sui temi dell'ecomafia e della "monnezza".



La mafia è una montagna di merda.
Peppino Impastato



venerdì, 27 aprile 2007

Qui a Umanità alla deriva generalmente non siamo amanti delle catene di S.Antonio, ma visto che si parla di libri, raccogliamo molto volentieri il testimone lanciato dal blogger Pensare in profondo. Blog che peraltro consigliamo anche al di là dell'ambito librario.
Il blogger in questione parla dall'istinto che lo porta a scegliere i libri dallo scaffale di una libreria, dichiarando di scegliere i testi da leggere non guidato da classifiche o consigli ma fiutandone l'anima a partire da una frase letta a caso nel mezzo delle pagine, e illustra alcuni dei libri che hanno contribuito alla sua formazione.
Personalmente sono meno istintivo. Cerco, sia pure a tentoni e in maniera discontinua, di creare un mio percorso di lettura più o meno ragionato, partendo da input provenienti dall'attualità, da suggestioni colte in Rete, da impressioni ricavate in un viaggio o in una libreria e, perchè no, anche lasciandomi guidare dai consigli degli amici e dalle recensioni dei giornali.
Facciamola, allora, questa carrellata di titoli ed autori che, parole di Pensare in profondo, hanno "concorso alla mia formazione". Di alcuni ho già provato a fare una recensione su Umanità alla deriva, in vecchi post. Li linko comunque qui, per chi fosse interessato.
Partiamo da George Orwell.
1984, La fattoria degli animali. Capolavori tout court.
Ma Omaggio alla Catalogna ha qualcosa che mi ha colpito ancora più in profondo. La vicenda personale dell'autore inglese volontario nelle Brigate Internazionali che in Spagna negli anni Trenta accorsero da tutto il mondo per dare man forte alla Repubblica contro il golpe fascista, s'intreccia con quella che è una delle vicende storiche più drammatiche e nel contempo più alte del Novecento e forse della storia umana, in cui come detto migliaia di uomini e donne lasciarono le loro case per unirsi ad una grande battaglia per la libertà e la democrazia di un Paese straniero minacciate dal mostro nazifascista. La sconfitta di questa straordinaria esperienza ha lasciato tracce ed insegnamenti che ancora oggi non abbiamo imparato a cogliere.
Passiamo a Tolkien.
Le suggestioni de Il signore degli anelli non hanno bisogno di presentazioni. Un classico di tutti i tempi, dove la lotta dei popoli della Terra di Mezzo contro l'Oscuro Signore fa un pò da allegoria agli incubi storici del Novecento - alla faccia dei fascisti che hanno volgarmente usurpato e strumentalizzato il capolavoro del professore inglese - mentre attraverso le avventure della Compagnia dell'Anello l'opera è capace di suggerirci risposte facendo compiere al lettore una sorta di percorso iniziatico.
Parliamo di Jack Kerouac.
Qui occorre fare un grosso sforzo razionale per riuscire a sciogliere il filo che lega On the Road di Kerouac con In Patagonia di Bruce Chatwin, Backstreets di Bruce Springsteen, Lambrusco e pop corn di Ligabue, Cuori ribelli di Massimo Bubola, Easy rider di Dennis Hopper, I guerrieri della notte di Walter Hill, Il corvo di Brandon Lee, i film di Steve McQueen...il gioco dei rimandi durerebbe giorni interi, finchè non ci si dimentica da dove si è partiti. E forse è proprio questo il senso del viaggio che Kerouac diffonde dalle sue pagine.
Un libro che mi ha appassionato e mi ha aperto gli occhi sulla politica internazionale è senza dubbio La guerra infinita di Giulietto Chiesa, che ho divorato, consigliato, fatto comprare, regalato. Semplicemente, il libro che tutti dovrebbero leggere.
Così come ho ancora intatto il senso di malinconia trasmessomi da Genova Express di Riccardo Brun, libro che trovai a fiuto su un bancone Feltrinelli, che è andato oltre le personali attese e che considero un piccolo classico.
Andando un pò indietro nel tempo, ricordo I promessi sposi di Manzoni, I tre moschettieri di Alexander Dumas, Il vecchio e il mare di Hemingway, L'isola di Arturo di Elsa Morante, letti al tempo del ginnasio e legati per sempre a quel periodo.
Da bambino, ho sempre preferito I ragazzi della via Pal di Molnàr a Cuore di De Amicis.
Tipico libro "autunnale", onirico, complesso e meraviglioso, Il nome della rosa di Umberto Eco non dovrebbe mai mancare in una libreria e non manca nella mia. Unico rammarico, dopo averlo letto, è non riuscire a leggere anche Il pendolo di Foucault.
Last but not least, un libro sui libri, Il lettore a(r)mato di Luca Ferrieri, un atto d'amore verso la lettura e i suoi adepti, un libello di resistenza contro l'industria culturale, le sue mistificazioni e la sua "pappafindus". Da leggere e fare proprio.
Parlerei anche della mia passione per i fumetti di Nathan Never di cui ho la collezione completa dal giugno 1991, ma mi fermo per non tediare oltre il blogger che mi ha passato il testimone!




Altri menino vanto delle parole che hanno scritto: il mio orgoglio sta in quelle che ho letto.
J.L. Borges



giovedì, 12 aprile 2007

Umanità alla deriva aderisce alla mobilitazione contro la Direttiva europea IPRED2, di cui riportiamo - con qualche nostra modifica e rimaneggiamento - l'appello apparso su Libero Sapere, invitando tutti coloro cui stanno a cuore le libertà digitali a leggerlo ed a firmare la petizione online .
Il 24 Aprile il Parlamento Europeo sarà chiamato a votare la Direttiva IPRED2 riguardante misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, già approvata dalla Commissone. Se la Direttiva passa anche al Parlamento Europeo, gli Stati membri dell'Unione dovranno adeguare entro un tempo definito le legislazioni nazionali alla nuova normativa comunitaria.
Con lo scopo dichiarato di combattere la contraffazione e la violazione del diritto d'autore, la IPRED2 impone sanzioni penali durissime in tutta Europa contro la condivisione via rete informatica di files musicali e films, non operando alcuna distinzione tra la contraffazione a scopo commerciale (i CD copiati venduti sulle bancarelle) e la semplice condivisione di contenuti culturali per godimento personale (il comune e diffusissimo circuito peer to peer - P2P - cui si accede tramite vari tipi di programmi come eMule).
Se la Direttiva fosse adottata nella sua forma attuale, "aiutare, favorire o incoraggiare" la violazione di copyright su "scala commerciale" nell'Unione Europea diventerà un crimine, ed inoltre si imporrà a tutti gli Stati dell'Unione di affiancare all'attivita' investigativa dalle autorita' statali i consulenti delle case discografiche, che si aggiungerebbero così alle autorita' di polizia giudiziaria nelle indagini relative a contraffazione e pirateria formando "team comuni di indagine" organizzati a livello transnazionale.
Cio' equivarrebbe ad una inaccettabile privatizzazione della giustizia, contraria ai principi dello Stato di diritto e della Costituzione Repubblicana. Renderebbe, inoltre, ogni cittadino e impresa dei sospetti criminali, potenzialmente sottoposti ad indagini private e in quanto tali senza garanzie per l'indagato, limitando cosi' nell'Unione Europea le liberta' personali e digitali conquistate e consolidate negli anni.
L'obiettivo della IPRED2 deve essere quello di fermare la contraffazione e lottare contro la criminalita' organizzata, non quello di invadere la sfera della privacy e dei diritti civili reprimendo la libera circolazione dei saperi e della cultura.
Molti gruppi e organizzazioni si stanno mobilitando per fermare questa Direttiva e far passare alcuni emendamenti qualificanti nella seduta plenaria al Parlamento Europeo.
La protesta in Italia si sta raccogliendo intorno al già citato Libero Sapere e su
NO-IPRED2 che promuove la petizione di cui sopra, mentre Punto Informatico fa una carrellata delle tante iniziative di mobilitazione in questo articolo e in quest'altro. A livello europeo Electronic Frontier Foundation promuove un'altra petizione online su Copycrime.eu.
Sul sito NO-IPRED2 troviamo anche l'appello di Fiorello Cortiana ai parlamentari europei, mentre ribadiamo che è fondamentale firmare le petizioni online di NO-IPRED2 e di EFF
contro la Direttiva.
La IPRED2 è figlia delle pressioni delle Case discografiche e cinematografiche, che ancora una volta ostacolano l'innovazione in rete criminalizzando i siti di condivisione di contenuti, gli sviluppatori open source e i Providers che si rifiutano di bloccare le reti P2P. In Italia abbiamo già la famigerata legge Urbani che criminalizza e reprime in maniera assolutamente spropositata la pratica dello scambio di files, per cui paradossalmente da noi l'eventuale approvazione della IPRED2 avrebbe un impatto molto lieve.
Ma è importante comunque informarsi, far circolare gli appelli e far firmare le petizioni, per segnare un'inversione di tendenza rispetto ad una politica che va verso la repressione delle libertà civili e la società del controllo totale, giustificandosi ora con la lotta al terrorismo, ora con la lotta alla pirateria informatica, e che potrebbe in un futuro molto vicino metterci tutti sotto l'occhio vigile di un Grande Fratello non più solo invenzione letteraria del grande Orwell. I segnali in questo senso sono sempre più brutti.



Ai popolani di Napoli, che nelle tre oneste giornate di luglio MDXLVII, laceri, male armati e soli d'Italia, francamente pugnando nelle vie, dalle case, contro le migliori bande d'Europa, tennero da sé lontano l'obbrobrio dell'Inquisizione Spagnola, imposta da un Imperatore fiammingo e da un Papa italiano, e provarono, ancora una volta, che il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa dei servi più che dei padroni.
Da una lapide posta sulla facciata della Certosa di S. Martino a Napoli




venerdì, 09 febbraio 2007

Star di spicco Leonardo Di Caprio, regia di Edward Zwick, produzione hollywoodiana che tenta l'impegno sociale e la denuncia, Blood diamond parla del traffico mondiale di diamanti provenienti da zone di guerra, guerre che da quei diamanti trovano le risorse per alimentarsi e per quei diamanti spesso vengono combattute. L'ambientazione è l'Africa, la Sierra Leone ai tempi della guerra civile (tra Anni Novanta e Duemila), dove s'intrecciano le storie di un ex mercenario sudafricano che opera scambi tra armi e diamanti coi feroci guerriglieri locali (Di Caprio), una giornalista americana a caccia di scoop (Jennifer Connelly), un padre di famiglia della Sierra Leone che cerca moglie e figli dispersi dalla guerra (Djimon Hounsou) e un grosso diamante grezzo che attira gli appetiti di parecchia gente. Molto realistiche le scene di battaglia, che per certi versi ricordano quelle di Black Hawk Down (2001), forte la denuncia, oltre che del commercio operato sulla pelle delle genti africane dalle multinazionali dei diamanti, anche del fenomeno dei bambini-soldato. Scontate le fughe sotto il fuoco incrociato a Freetown - da cui i nostri escono naturalmente incolumi - e un pò patetico il lungo trascinarsi di Di Caprio verso la morte, una volta ferito dai mercenari per cui lavorava.
Quando Blood diamond uscì negli USA, nello scorso periodo natalizio, le aziende che vendono diamanti accusarono una flessione del fatturato in un periodo topico del mercato, e protestarono chiedendo di bloccare la proiezione...un buon motivo per dare fiducia a questa pellicola.
Da vedere se per S. Valentino intendete regalare diamanti alla vostra bella.



Ci sono calciatori che con un miliardo si fanno la Ferrari, lo yacht...io mi ci sono comprato la maglietta del Livorno.
Cristiano Lucarelli


venerdì, 05 gennaio 2007



Il diavolo è tra noi, dunque. Anno nuovo, musica vecchia, vecchissima.
"Il rock l'ho messo all'inferno perché il rock è il nemico. Il rock se non è proprio il male è comunque espressione del male". Non è un invasato di qualche setta millenaristica americana a parlare, ma sono le dichiarazioni di questi giorni di un certo monsignor Marco Frisina, direttore del centro liturgico del Vicariato di Roma e della Cappella Lateranense. Un pezzo grosso. Costui echeggia il pensiero dell'attuale Papa, che da Prefetto della Congregazione della dottrina della fede disse che il rock è "espressione di passioni elementari, che nei grandi raduni di musica hanno assunto caratteri culturali, cioè di controculto, che si oppone al culto cristiano", e quindi "il rock deve essere purificato dei suoi messaggi diabolici". Bene. Invece di dire che il diavolo si annida nella pena di morte, nelle guerre scatenate per sporchi interessi economici e petroliferi, nel consumismo che sta spingendo le famiglie a indebitarsi sempre di più, nel precariato lavorativo che impedisce a molti giovani di costruire un percorso di vita certo, nelle discariche abusive di rifiuti tossici gestite dalla camorra che fanno salire alle stelle il tasso di mortalità per tumore in Campania, costoro se la prendono con la musica rock. Ma non meravigliamoci, il pulpito è lo stesso da cui in passato sono stati benedetti criminali come Franco e Pinochet. Rispondiamo piuttosto, con Neil Young, "Keep on rockin' in the free world". E intanto, continuiamo la campagna di boicottaggio dell'8 per mille alla Chiesa cattolica. Mai più un soldo a questi signori.



We busted out of class
Had to get away from those fools
We learned more from a three-minute record
Than we ever learned in school

Bruce Springsteen, "No surrender"



martedì, 05 dicembre 2006

Mi è capitato di recente sottomano Escalation - Anatomia della guerra infinita di Alberto Burgio, Manlio Dinucci e Vladimiro Giacchè, un libro sulla guerra "contro il terrore" e sulle sue vere motivazioni geopolitiche ed economiche. Pur non essendo, a mio avviso, folgorante come La guerra infinita di Giulietto Chiesa, è comunque senza dubbio una lettura parecchio istruttiva e interessante.
E' un libro di denuncia degli orrori della guerra portata avanti da USA ed alleati contro il terrorismo, un "atto di resistenza contro le mistificazioni" che a questa guerra sovente si accompagnano. L'opera è divisa in tre parti - la prima, Geopolitica di una guerra globale, curata da Manlio Dinucci, la seconda, L'economia della guerra infinita, curata da Vladimiro Giacchè, e la terza, La guerra contro i diritti, curata da Alberto Burgio - e ce n'è davvero per tutti.
L'attacco principale è portato - naturalmente - contro la presidenza americana, che spaccia per guerra al terrorismo quella che in realtà è una ben precisa strategia politico-militare per il dominio del mondo. Il cuore geopolitico del pianeta, dice Dinucci nella prima parte, è l'Asia centrale, sia per la sua vicinanza con le principali potenze competitrici di oggi e di domani - Russia, India e Cina - sia per la presenza di immense fonti energetiche - petrolio e gas. Chi controlla quell'area si assicura il controllo mondiale. Non è un caso dunque che le guerre americane "contro il terrorismo" abbiano come teatro Iraq e Afghanistan, che nel mirino vi sia l'Iran e che l'avversario del futuro sarà la Cina. Basta guardare un mappamondo per capire.
Ma non sono soltanto i motivi geopolitici a muovere la macchina militare. L'apparato militare industriale, l'industria dell'alta tecnologia, della logistica, della sicurezza, e tutto l'indotto conseguente, si nutrono delle commesse militari. La guerra risolleva l'economia e quindi DEVE essere scatenata a scadenze regolari. Nella storia recente americana, ci ricorda Giacchè nella seconda parte del libro, ogni conflitto - Seconda Guerra Mondiale, Corea, Vietnam, Scudo stellare reaganiano, Guerra del Golfo - è stata la risposta ad una ben individuata crisi economica abbattutasi sugli USA. "Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l'economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra": così recita un report della Morgan Stanley transitato, macabra ironia della sorte, nei suoi uffici situati sulle Torri Gemelle un'ora prima degli attentati dell'11 settembre 2001...
Una soluzione di stampo keynesiano, insomma, basata su un'enorme spesa pubblica - con buona pace dei liberisti - destinata non già a sanità, istruzione, cultura, previdenza - il vecchio e superato Welfare - ma a missili, bombe e commesse militari - il nuovo e più elettrizzante Warfare.
Tutto ciò sullo sfondo della contesa mondiale tra euro e dollaro, col secondo sempre più in difficoltà nel mantenere il suo ruolo di valuta di riserva sui mercati internazionali a causa dell'enorme debito pubblico americano. L'Iraq di Saddam Hussein, pensate un pò, aveva iniziato nel novembre 2000 a farsi pagare in euro anzichè in dollari quel poco di petrolio che riusciva a vendere attraverso l'embargo. E' finito come tutti sappiamo sotto la pioggia di missili americani nel marzo 2003.
Ancora più inquietante, se possibile, è la terza parte, scritta da Alberto Burgio - uno di quei parlamentari che stava quasi facendo cadere Prodi col suo voto contrario al rifinanziamento della missione di guerra italiana in Afghanistan, qualche mese fa.
La guerra al terrorismo, se fuori dagli Stati Uniti devasta interi Paesi, nella madrepatria compie un crimine forse meno sanguinoso ma non meno grave: distrugge lentamente le libertà civili e la democrazia di quel Paese. Con il pretesto della sicurezza nazionale, il governo statunitense ha creato mostri come Guantanamo e Abu Ghraib, dove l'uomo ha perso ogni dignità. Burgio parla di "modello Guantanamo-Abu Ghraib", in osmosi continua col sistema delle carceri americane dove le torture sarebbero pratica antica e diffusa. L'informazione in massima parte prona è coerente e funzionale ad una società sempre più militarizzata, dove i lavoratori sono schiacciati e la gente è sottoposta a un controllo capillare ad opera delle autorità, che si servono di strumenti orwelliani quali le norme del famigerato Patriot Act, agiscono al di fuori del controllo democratico e sono al servizio di quello che ormai è diventato quasi un "sovrano privato". Spontaneo il paragone con "un film nient'affatto a lieto fine che l'Europa ha già proiettato sugli schermi del mondo nel corso del Novecento". Altro che esportazione della democrazia e della libertà.
Non si salvano, giustamente, i politicanti nostrani. L'Italia del Cavaliere viene definita "Italietta feroce e volgare", ma parlar male dell'Italia berlusconiana è come sparare sulla Croce Rossa. Ecco allora che viene - finalmente - fatta qualche critica anche ai governanti dell'altra sponda. Ci racconta Dinucci che l'ex premier D'Alema, a proposito della partecipazione degli aerei italiani ai bombardamenti "umanitari" della NATO sulla Serbia durante la guerra del Kosovo del 1999 - bombardamenti che provocarono numerose vittime civili, la distruzione di gran parte dell'infrastruttura produttiva serba, l'avvelenamento chimico di quelle terre per la fuoriuscita di diossina e mercurio dalle raffinerie distrutte e la contaminazione radioattiva per l'utilizzo dei proiettili all'uranio impoverito - disse che per i piloti italiani quelle missioni hanno rappresentato "una grande esperienza umana e professionale".
La primavera scorsa questo signore stavano per farlo Presidente della Repubblica. Mi fermo per decenza.

Fate un bel regalo per Natale a qualche vostro parente che si commuove alle parate militari ed è convinto che i "nostri eroi" stanno portando la democrazia in Medio Oriente.

Albero Burgio, Manlio Dinucci, Vladimiro Giacchè, Escalation - Anatomia della guerra infinita, Edizioni Derive Approdi 2005.




Un pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel
Ha cambiato in astronave il suo velier
Il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà
Vola all'arrembaggio però un cuore grande ha

La Banda dei Bucanieri, "Capitan Harlock"




martedì, 12 settembre 2006

H. P. Lovecraft, Il caso di Charles Dexter WardEditore Newton Compton.

E' possibile preparare e conservare i Sali essenziali degli animali in modo tale che un Uomo di Genio abbia l'intera Arca di Noè nel suo studio e possa ricostruire a suo piacimento le belle forme degli Animali dalle loro Ceneri; e con un metodo analogo, dai Sali essenziali degli Uomini, un Filosofo, senza commettere un atto criminale di Negromanzia, può evocare la Forma di un Antenato morto dalla Polvere in cui il suo Corpo si è sgretolato.
Borellus

Il caso di Charles Dexter Ward forse non è uno degli scritti più conosciuti di Lovecraft, ma può essere un buon inizio per conoscere l'autore. Atmosfere cupe, scrittura spesso arcaica e litanie in lingue sconosciute sostengono una trama che si svela poco per volta, accompagnando il lettore in un viaggio attraverso la negromanzia e le evocazioni demoniache. E' un romanzo breve - un centinaio di pagine -, in cui troviamo, come eco dell'universo narrativo dove lo scrittore americano ambienta generalmente le sue storie, la figura di Yog-Sothoth, un'entità che qui appare per la prima volta e che poi sarà tra i protagonisti del famoso Ciclo di Cthulhu.
Charles Dexter Ward, un giovane appassionato d'antichità, vive a Providence, nel Rhode Island, nei primi anni del 1900. Le sue ricerche antiquarie e scientifiche, condotte tra grandi e affascinanti biblioteche e polverose soffitte, lo portano ben presto a soffermarsi sulla figura di Joseph Curwen, un suo antenato vissuto qualche secolo prima e ricordato con terrore dalle genti del posto come stregone. Il morboso rapporto che il giovane instaura con le scienze occulte e l'ascendente che su di lui riescono ad esercitare le notizie riguardanti questo enigmatico ed inquietante antenato sono all'origine della sua follia. Ben presto, infatti, Charles si chiuderà nel suo laboratorio per proseguire gli studi, allontanandosi dalla famiglia e dalla comunità in cui viveva. Il medico di famiglia, dottor Willett, viene così incaricato dai genitori di far luce sugli strani traffici del ragazzo e di curare la sua alienazione sempre più grave. Il dottore, dopo indagini e ricostruzioni che metteranno a dura prova il suo equilibrio mentale, riuscirà a venire a capo della faccenda, spalancando le porte sugli orrori creati da Ward nel suo nefasto laboratorio...



Quanno ò diàvule t'accarezza va truvànno l'anima.
Detto popolare napoletano



venerdì, 30 giugno 2006



Pessima carta e terribile inchiostro.
E' quello che dicono i Savoia del quotidiano il manifesto, e questo è già un buon motivo per acquistarlo e leggerlo.
Disgraziatamente però la storica testata della sinistra italiana rischia di chiudere, sommersa dai debiti e dalla crisi finanziaria. Per un giornale che appartiene alla cooperativa di giornalisti che ci scrivono, che pubblica pochissima pubblicità, che non ha editori alle spalle e che porta scritto in prima pagina "quotidiano comunista", sopravvivere nel mercato della carta stampata è sempre stata un'impresa ai limiti dell'impossibile. Più volte nel corso dei suoi 35 anni di storia il manifesto ha infatti attraversato periodi critici, ma in un modo o nell'altro se l'è sempre cavata, grazie al sostegno economico ed alla mobilitazione dei lettori.
Stavolta l'allarme è più grave che in passato. Per questo motivo è stata organizzata una raccolta di fondi straordinaria denominata emergenza manifesto, per tentare di salvare questa voce libera ed indipendente, una delle ultime rimaste in un panorama dell'informazione dominato dalle grandi concentrazioni editoriali e ridotto ad un'omologazione ormai generale.
Umanità alla deriva aderisce dunque alla campagna per salvare il manifesto con l'inserimento del relativo banner, un più frequente acquisto in edicola ed una piccola sottoscrizione.
Non è necessariamente una scelta politica di parte, il manifesto si può leggere con soddisfazione e si può restare disgustati da ciò che dice, se ne possono ritagliare gli articoli e lo si può usare per nettarsi il deretano, ma chiunque abbia a cuore il pluralismo e la democrazia capisce che un giornale che muore rappresenta sempre una perdita per la comunità.
E' possibile collegarsi al
sito ufficiale della campagna per contribuire con sottoscrizioni, abbonamenti e quant'altro, oltre che per leggere il bell'editoriale "Il nostro referendum" firmato dai direttori del giornale, ma anche acquistarlo più spesso in edicola può aiutare la baracca.
Dopo aver salvato la Costituzione col referendum, è auspicabile un ulteriore sforzo per salvare quest'altro presidio democratico.




La televisione sta per uccidere le nostre anime. Oggi si limita ad informarci, domani ci detterà i nostri desideri, le nostre scelte, i nostri dolori. Un giorno farà l'amore al nostro posto.
Jacques Prèvert 1964



mercoledì, 28 giugno 2006

Umanità alla deriva
esulta per lo straordinario risultato del referendum costituzionale appena celebrato: la netta affermazione del NO - 62% dei voti con una partecipazione del 53% degli elettori ed un' inaspettata prevalenza dei NO anche al Nord - boccia in modo inequivocabile la sciagurata riforma delle destre, e restituisce intatta la Costituzione della Repubblica al suo legittimo proprietario, il popolo italiano. Il golpe bianco delle forze reazionarie, che avevano riscritto a colpi di maggioranza oltre 50 articoli della seconda parte della Costituzione stravolgendone l’assetto ed i valori fondamentali per favorire i propri interessi, è stato sconfitto dal voto popolare. Il progetto di costituzionalizzazione del berlusconismo è dunque fallito. E’ un grande giorno per la democrazia e per la libertà in Italia, la portata di questo felicissimo risultato forse non ci è ancora del tutto comprensibile nella sua grandezza, ma di certo gli italiani hanno dimostrato col voto di ieri di essere degni del progetto democratico e libertario che la Resistenza partigiana ed i Costituenti ci hanno lasciato in eredità, inciso negli articoli della Costituzione Repubblicana.
Ringraziamo quindi tutti coloro che hanno votato in difesa della Carta e che hanno fatto campagna per denunciare i pericoli di questa riforma, costruendone voto su voto la sconfitta. Questo terribile disegno non poteva passare, e grazie alla mobilitazione ed al voto dei cittadini democratici non è passato. Anche noi, nel nostro piccolissimo, ci siamo impegnati rompendo il muro della disinformazione televisiva presso amici e parenti, facendo girare e-mail, partecipando al tam tam virtuale dei blog,  inventando il volantiNO for dummies ed attaccandolo ai muri.
La speranza è che questo voto rappresenti la fine di quel processo antidemocratico ed antiparlamentare iniziato col referendum Segni nel 1993, proseguito con la Commissione Bicamerale e culminato infine, come suo sbocco inevitabile, con questa pessima riforma. Che – attenzione - non è molto diversa dalle ipotesi di modifica costituzionale circolate quando a cavalcare l’onda delle riforme istituzionali erano i partiti del centrosinistra. Ma ora basta con il mito delle riforme a tutti i costi, che il popolo non vuole. Basta con accordi bipartisan per cambiare la Costituzione. Niente patti con la banda Berlusconi. Come diceva il Presidente Sandro Pertini, “la Costituzione non si riforma, si attua.” A cominciare dall’art. 11, “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”: i nostri politici ritirino i soldati dalle missioni di guerra all’estero e diano un segnale di netta rottura con la politica guerrafondaia di Bush. Non aspettiamo altri morti ed evitiamo al nostro stomaco altra inutile e ipocrita retorica patriottica. L’art. 9 dice che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, si aumenti quindi in maniera adeguata il ridicolo budget destinato alla ricerca ed all’Università ormai moribonde. Ancora, l’art. 33 recita “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”: di questo articolo i governi di centrodestra si sono fatti allegramente beffa quando hanno approvato i finanziamenti pubblici alle scuole private, sottraendo queste risorse all’istruzione statale, per cui si ripristini la legalità costituzionale. Ancora un altro, l’art. 36, “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”: con gli attuali vergognosi livelli retributivi, nel pubblico e nel privato, questo articolo suona come uno sfottò per lavoratori che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese…a chi aspettiamo per una seria battaglia salariale che recuperi la perdita di potere d’acquisto dei nostri stipendi distrutti dall’euro e imponga meccanismi di rivalutazione automatica degli stessi? E’ utopia sperare che le forze del centrosinistra traggano dal voto referendario una lezione che le porti al recupero dei valori e dei programmi scritti nella Carta fondamentale, anzichè studiare nuovi tagli alla spesa pubblica e tramare inciuci
coi berluscones? Lo squallido balletto della spartizione delle poltrone e lo scarso impegno nella campagna per il NO sono pessimi segnali in questo senso. Senza contare che gli attuali governanti sono gli stessi che modificarono a maggioranza il titolo quinto della Costituzione, credendo di tacitare col federalismo fiscale gli appetiti della Lega Nord. Questa disgraziata politica di concessioni ci ha portato dritti alla costituzione di Lorenzago. Errare è umano, perseverare è diabolico.
Il leghista Speroni ha detto che gli italiani col voto referendario hanno dimostrato di “fare schifo”. Prima di lui il capoccia della sua coalizione aveva affermato che chi non votava per lui alle elezioni politiche era un “coglione”, mentre “indegno di essere italiano” era il complimento rivolto dallo stesso galantuomo a chi avrebbe votato NO alla sua riforma. Queste affermazioni la dicono lunga sulla cultura politica della Lega Nord e sulla nobiltà delle istanze alla base della riforma costituzionale sconfitta nelle urne. Auguriamoci che il voto del referendum rappresenti la tomba politica per il partito di Speroni. Di sicuro è stato un meritatissimo calcio in culo per tutti questi galantuomini dalla bocca larga.
Viva la Costituzione, viva la Repubblica e NO pasaràn!
con i


Uno stolto che non dice verbo non si distingue da un savio che tace.
Molière